Foodprint friulana e i chilometri del cibo: quanto incidono le nostre scelte alimentari sull’ambiente?

Quando mangiamo, spesso facciamo briciole: si tratta di un modo gergale per indicare tutti quei minuzzoli che lasciamo sulla tovaglia a fine pasto dopo esserci gustati ogni ben di Dio.

L’ambiente – e la mia non è una forzatura metaforica – è un po’ come se a sua volta fosse una grande tovaglia su cui noi tutti mangiamo e lasciamo residui: tuttavia, quello che a fine pasto rimane sulla sua superficie è una vera e propria impronta (footprint in inglese), definita foodprint in un gioco di parole con il termine inglese food, che significa “cibo”.

La carbon footprint degli alimenti, chiamata per l’appunto foodprint, è il complesso di emissioni gas serra causato da coltivazioni e allevamenti, nonché da lavorazione, trasporto, immagazzinamento, consumo e smaltimento degli alimenti di cui ci nutriamo ogni giorno.

Ad oggi, si parla specificatamente di foodprint per la rilevante responsabilità che questa sottocategoria ecologica ha nei confronti dell’ambiente.

Il settore alimentare contribuisce infatti in modo significativo alle emissioni mondiali di anidride carbonica (CO2), metano (CH4) e diossido di azoto (NO2): si stima che all’interno del solo spazio dell’Unione Europea il 15-20% delle emissioni di gas serra sia correlato al settore alimentare – nello specifico: 5-6% al trasporto, 8-10% alla lavorazione e al confezionamento, 1-2% alla refrigerazione e 1-2% alla distribuzione.

Quando un chilo di manzo costa “ambientalmente” come un viaggio a Venezia.

Confrontando i dati forniti da “La Guida del Carnivoro” dell’Environmental Working Group e la guida per le emissioni passeggero/veicolo resa disponibile dall’Agenzia per la Protezione Ambientale statunitense, è facile capire come gli alimenti che consumiamo giornalmente possano avere un grande impatto non solo sulla nostra personale impronta di carbonio e la nostra salute, ma anche sull’inquinamento e il riscaldamento globale.

Dati alla mano, da una parte possiamo facilmente analizzare tutte le emissioni prodotte per portare un alimento qualsiasi dalla natura alle nostre pance” e confrontarle con le emissioni prodotte alla guida di un’automobile su tratti che quotidianamente percorriamo se, per esempio, lavoriamo o viviamo nella Regione Autonoma del Friuli-Venezia Giulia. Così facendo, scopriamo una realtà per certi versi allarmante.

Sapevate infatti che mangiare un chilogrammo di manzo, oltre a farvi ipoteticamente venire un’indigestione per le eccessive quantità, produce le stesse emissioni di gas serra del tragitto in macchina da Udine a Venezia? Sapevate anche che servire un tagliere di formaggi misti dal peso complessivo di due chilogrammi produce le stesse emissioni di un viaggio andata/ritorno da Gorizia a Trieste?

Nell’ambito della chimica degli alimenti, si parla di valore energetico per riferirsi all’energia che l’organismo umano può ricevere attraverso il consumo di un alimento. Durante i vari processi digestivi e metabolici, si perde parte di questa energia: gli animali d’allevamento, in particolare, convertono le proteine vegetali in quelle animali in maniera assai inefficiente, consumando molte più calorie di quante ne producano.

Per ogni chilogrammo di carne che si ricava da un animale, lo stesso animale deve mangiare mediamente 15 chilogrammi di vegetali appositamente coltivati, causando un notevole accrescimento della carbon footprint alimentare della carne stessa.

Inoltre, animali ruminanti come bovini e ovini producono tonnellate di anidride carbonica e metano tramite fermentazione enterica.

Una foodprint green è preferibilmente vegetale e organica.

I risultati della nostra comparazione tra le emissioni per alimenti e quelle per carburanti migliorano quando invece analizziamo i dati della grande distribuzione organizzata per portare frutta, verdura, fagioli e noci sulle nostre tavole: così, un chilo di patate produce le stesse emissioni di un pendolare che da Udine si reca a Buttrio e uno di noci o di broccoli le stesse di un ragazzo che da Udine decide di andare in macchina al cinema a Martignacco.

È dunque innegabile che la dieta vegetariana riduca notevolmente la foodprint di un individuo. Tuttavia, è altrettanto vero che il consumo minore di carni rosse e la preferenza per carni bianche potrebbero avere un impatto altresì importante. Ad esempio, sostituendo la carne di manzo con quella di pollo per un anno, vi sarebbe una riduzione annua di emissioni di CO2 pari a 400 chilogrammi.

Se poi invece dei prodotti della GDO preferissimo quelli organici, la nostra performance in materia di foodprint migliorerebbe ulteriormente. I metodi biologici, sia per coltivazioni che per allevamenti, hanno infatti un impatto molto più basso sull’ambiente rispetto ai metodi convenzionali: le aziende agricole con certificazione biologica devono utilizzare metodi naturali per la fertilizzazione del suolo e il controllo dei parassiti.

In aggiunta a ciò, le coltivazioni biologiche devono essere poste in terreni naturalmente fertili, cosicché non vi sia bisogno di agenti chimici per ottenere un raccolto sano. Per quanto riguarda gli allevamenti biologici, essi devono dare la possibilità al bestiame di muoversi liberamente per spazi verdi e di mangiare cibo naturale piuttosto che mangimi industriali: i risultati di simili accorgimenti sarebbero dei prodotti animali molto meno grassi.

Mangiare locale costa meno a noi, ma anche all’ambiente.

Come scritto in un articolo precedente, i prodotti a disposizione della grande distribuzione provengono solitamente da luoghi lontani centinaia, se non addirittura migliaia di chilometri rispetto ai punti vendita di arrivo. Di conseguenza, frutta e verdura devono spesso letteralmente “viaggiare” per un lasso di tempo che varia da pochi giorni a quasi due settimane, spogliandosi del loro sapore e del loro contenuto nutrizionale.

Lo stesso trasporto dei prodotti dalla località di produzione e raccolta a quella del punto vendita contribuisce notevolmente all’incremento dei prezzi finali, oltre che all’aumento delle emissioni di gas: perciò, l’acquisto di prodotti stagionali locali, non solo ridurrebbe potenzialmente la carbon footprint alimentare, ma contribuirebbe alla sopravvivenza delle economie locali e al consumo di prodotti più saporiti e più nutrienti.

Secondo il saggio “Food Miles and the Relative Climate Impacts of Food Choices in the United States” dei professori Christopher L. Weber e H. Scott Matthews, docenti presso il Dipartimento di Ingegneria Civile e Ambientale della Carnagie Mellon University di Pittsburgh, mangiare per un anno prodotti alimentari locali, sia vegetali che animali, farebbe risparmiare l’equivalente di gas serra prodotti da un tragitto in macchina di 1600 chilometri.

Questo dato dovrebbe farci riflettere. Pensare che una salutare camminata compiuta per raggiungere il mercato cittadino o un rivenditore locale oltre che fare bene alla nostra salute possa anche “curare” l’ambiente e rendere migliori i prodotti che acquistiamo, dovrebbe spingerci a sfatare il mito che riguarda la difficoltà di reperibilità di cibi organici al di fuori dei circoli della grande distribuzione organizzata.

Al giorno d’oggi, infatti, mangiare locale non è più così difficile: anche nei più piccoli centri urbani vi sono cooperative che offrono alimenti biologici o a Chilometro Zero. Inoltre, applicazioni smartphone di Eat-commerce e piattaforme di geolocalizzazione ortofrutticola come Orto in Tasca sono realtà moderne che dovrebbero stimolarci a pensare alla provenienza, alla qualità e alla quantità del cibo che mettiamo ogni giorno in tavola.

È intuibile che basti veramente molto poco per incidere più positivamente sull’ambiente, abbandonando cattive abitudini alimentari e abbracciando uno stile di vita equilibrato, dove tutti i nutrienti, sia di fonti animali che vegetali, sono bilanciatamente presenti.

Come disse in fin dei conti il premio Nobel Rajendra Pachauri, la regola d’oro è “mangiare meno carne, andare in bici e essere consumatori frugali: per la salute e per l’ambiente”.

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Alessia Sofia Giorgiutti

23 anni, viaggiatrice instancabile laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche, ha acquisito la sua esperienza negli ambiti della comunicazione e della produzione creativa direttamente su campo, tra Italia, Finlandia, Regno Unito e U.S.A. Ad oggi si occupa di elaborazione e traduzione di contenuti scritti per imprese italiane e lavora come consulente social media per le campagne socio-politiche EU Neighbours East e #EU4Energy della Commissione Europea per conto della compagnia di ricerca e consulenza economica Ecorys.

Per contatti: alessia.s.giorgiutti@outlook.com
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