Il brunch è palesemente un “colapranzo” da postare

Pensavo di averlo inventato io, il colapranzo. Avevo qualcosa come dieci anni, l’apparecchio e poca voglia di alzarmi al mattino per fare una colazione decente, soprattutto quando io e mia sorella ci trovavamo da sole in casa. Allora, io e Francesca (questo è il nome di mia sorella), mangiavamo avanzi dolci e salati che provenivano sia dal frigo che dal bancone in granito della cucina. Credevamo di essere cool, sofisticate, ma anche un poco alternative: non sapevamo che i produttori diSex and the City avevano avuto la medesima idea, ma solo molto tempo prima, ovvero quando io e lei avevamo rispettivamente tre e otto anni.

Carrie, Samantha, Charlotte e Miranda erano state le profetesse del brunch: erano state loro le prime ad esportare il Verbo attraverso il tubo catodico rendendolo popolare su tutta la superficie terrestre, e non solo negli Stati Uniti, dove negli anni ‘80 era appannaggio degli yuppie di Manhattan. Le irriverenti protagoniste di “Sex and the City”, infatti, discutevano di femminilità e sessualità sorseggiando dei mimosa e imburrando del pane tostato, mentre i giovani e rampanti imprenditori di New York, certamente meno simpatici, snocciolavano i loro successi in “fusioni ed acquisizioni” tra un bicchiere di champagne e un uovo alla Benedict, alimentando un mito di ricchezza ed elitarismo che era nato negli anni del Proibizionismo ed era tutta una “cosa americana”.

Mentre alla classe media e proletaria veniva rifilato del moonshine con contorno di moonshine e condito di moonshine, i potenti e i poliziotti corrotti brindavano con bellini quando in tarda mattinata, dopo lunghe notti spese a giocare d’azzardo nel retro di un qualche locale, dovevano tornare per affari tra le strade affollate. Niente a che vedere con la rivoluzione femminista degli anni ‘60, alla quale lo spirito di pink power e wafflesdi “Sex and the City” deve praticamente tutto. E’ infatti proprio durante questa fortunata e rivoluzionaria decade che le donne iniziarono a sedersi, fare brunch e a parlare di qualcosa di più interessante dell’ultimo incontro Tupperware a cui avevano assistito.

Con gli anni 2010, e quindi post-yuppies e femministe anni ‘90, i quartieri emergenti delle grandi città iniziarono a brulicare di una nuova specie ossessionata dal brunch. Venivano chiamati hipster, questi bohémien della classe media, perennemente assetati di birra artigianale e smoothie agli spinaci e immancabilmente affamati di bagel organici ripieni di salmone affumicato norvegese e lattuga fresca a Km 0: sono loro che, per molti, hanno fatto sì che il brunch diventasse un incubo alimentare estremamente costoso e con una soundtrack indie come sottofondo.


Ciononostante, dobbiamo ringraziare gli hipster, ma anche Carrie&co, per avere regalato a tutto il mondo capitalista il concetto e l’evento chiamato brunch. Senza di loro, e nel caso degli hipster, senza i loro post su Instagram, nessuno troverebbe interessante (o redditizio) servire un pasto tra le 11:00 e le 15:00 e composto da ogni ben di Dio che colazione e pranzo possono offrire anche separatamente: da croissant, muffin e frutta, passando per uova, bacon e prosciutto, e concludendo con carne, pesce e insalatine, il brunch è il sogno di ogni dormiglione e di ogni amante dell’informalità, ma anche di ogni ristoratore che desidera un mondo in cui i suoi avventori paghino profumatamente per quello che, in fondo, è palesemente un colapranzo.

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Alessia Sofia Giorgiutti

23 anni, viaggiatrice instancabile laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche, ha acquisito la sua esperienza negli ambiti della comunicazione e della produzione creativa direttamente su campo, tra Italia, Finlandia, Regno Unito e U.S.A. Ad oggi si occupa di elaborazione e traduzione di contenuti scritti per imprese italiane e lavora come consulente social media per le campagne socio-politiche EU Neighbours East e #EU4Energy della Commissione Europea per conto della compagnia di ricerca e consulenza economica Ecorys.

Per contatti: alessia.s.giorgiutti@outlook.com
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