Stomaco pieno e zaino in spalla: mangiare e viaggiare senza rimorsi.

Durante una qualsiasi giornata a cavallo fra il mese di Maggio e quello di Giugno, ho iniziato a digitare sulla tastiera del mio computer portatile una buona parte dell’articolo che state leggendo.

Dopo interruzioni, pause e parentesi di ogni genere durante tutto l’arco della settimana, giovedì 7 Giugno, tra una forchettata e l’altra di insalata mista, ho deciso di dedicare totalmente il mio weekend alla causa del “mangiare on the road. Questo, prima che venerdì, durante la pausa pranzo, vedessi il comunicato della CNN riguardante la morte di Anthony Bourdain

Bourdain, 61 anni, era una leggenda-fatta-uomo: chef, autore e documentarista, attraverso i suoi viaggi e le sue avventure culinarie, ha sondato terreni inesplorati della cultura di città e nazioni di mezzo Mondo, servendoceli belli caldi su quel piatto comune e variegato che chiamiamo “televisione”.

Affascinante come una rockstar e con lo stomaco e il fegato apparentemente foderati di acciaio inossidabile, Bourdain si è mosso per tutta la superficie terrestre mangiando, bevendo e amando l’impossibile: era dunque doveroso inserirlo tra queste righe dedicate a un argomento a lui così affine. 

Credo inoltre che Bourdain, nonostante il suo amore spassionato per superalcolici ed alimenti ipercalorici, avrebbe apprezzato l’essere una delle fonti di ispirazione per un progetto come Orto in Tasca: la nobilitazione del cibo organico e l’affermazione dei produttori locali erano cose che lo affascinavano particolarmente, perché rappresentanti di un tessuto culturale di inestimabile valore per il sentimento regionale, provinciale e nazionale insito in ciascuno di noi. La cura delle realtà locali, in definitiva, rappresentava ai suoi occhi il riflesso di un’identità comunitaria salda e vivace, degna di essere raccontata ben oltre il tubo catodico. 

Bourdain ha visto la “schiscetta” con il binocolo. Forse.

Certo, tornando poi alla tematica dell’alimentazione “da viaggio”, è necessario sottolineare una cosa che parrebbe quasi da niente. Sembra sciocco doverlo scrivere, ma non si sa mai: Bourdain quasi certamente non si portava da New York la “schiscetta” con il cibo pronto (organico e non) come la maggior parte dei comuni mortali tenterebbe di fare all’insegna del risparmio. Lui, acquolina perenne alla bocca, se era a Dublino si mangiava del coddle e si scolava una Guinness, e se era ad Hanoi si trangugiava noodles e involtini primavera e si beveva una gelida Bia Hà Nội. Infatti, credeva che i migliori pranzi e le migliori cene “on the road” capitassero quando il Piano A fosse fallito, ovvero quando la “schiscetta” magicamente fosse volata fuori dal finestrino della macchina in corsa, lasciando posto al Piano B, dedicato all’esplorazione di differenti gusti e consistenze locali

Come dargli torto? 

Tuttavia, a questo mondo non siamo tutti Bourdain: anzi, di Bourdain ce n’era solo uno.

Per questo motivo è legittimo chiedersi se sia possibile coniugare la voglia di assaporare e conoscere nuovi alimenti durante i nostri viaggi con quella di rimanere sani, sazi e con un portafoglio possibilmente non in lutto.

Lo è, lo è. Non temete.

Basta adottare la sana regola del “un colpo a cerchio e un colpo alla botte” o, in linguaggio culinario, qualche spuntino da casa per smorzare la fame e qualche pasto in ristoranti e bettole locali per godersi realmente il viaggio. 

“Un colpo al cerchio e un colpo alla botte” on the road.

Prima di partire, è meglio prepararsi della frutta fresca o secca, del cioccolato fondente e qualche cracker iposodico: niente di troppo astruso, per intenderci. Il gioco di equilibrio tra dovere e piacere –  alimentari ed economici – inizia solamente una volta giunti alla meta. Che si alloggi in un hotel o si affitti un appartamento, la prima regola del viaggiatore amante del cibo è solo e soltanto una: uscire e cercare un mercato o un buon alimentari dove perdersi tra corsie e banchetti e innamorarsi mille e più volte di persone, odori e sapori. Evitate le esperienze “all-inclusive” e buttatevi a capofitto nel “ventre” della città o del Paese che vi ospita e, soprattutto, non lasciatevi intimorire dalle novità. 

Ad ogni latitudine e longitudine del pianeta vi sono storie culinarie differenti, ma con paradigmi simili ai nostri.

Mi spiego.

Se pensate che il cibo turco sia fondamentalmente kebab a base di kebab con contorno di kebab, vi sbagliate di grosso; sarebbe infatti non troppo diverso dal mai dimenticato: “ah, vieni dall’Italia? PIZZA! PASTA! PASTA CON PIZZA! PIZZA CON PASTA!”.

In poche parole, sarebbe riduttivo, ma anche ignorante – nel senso dell’ignorare le infinite possibilità culinarie che un luogo ha da offrire.

Questo per dire che in Turchia, così come in Italia, esistono varianti sane, organiche e tradizionali della cucina locale che valgono la pena di essere provatee riprovate, e riprovate, e riprovate… 

Organico e locale anche a Kuala Lumpur.

Oltre ai piatti tipici, tuttavia, vi consiglierei anche di assaporare frutta e verdura provenienti dal luogo ove vi trovate. Non fatevi dunque intimorire da infusi del nutrientissimo noni (chiamato tuttavia “frutto del vomito” per il suo pessimo odore), sformati di patate dolci viola o bok choy saltato in padella: quando vi trovate in viaggio, assaggiate e sperimentate qualcosa di diverso e unico, senza fermarvi alle apparenze. Vi posso assicurare che il vostro apparato digestivo vi sarà grato per la carica di acqua, vitamine e sali minerali inaspettata, seppur estremamente necessaria.

Per l’acqua, poi, è necessario aprire un paragrafo a parte: nei paesi caldi o con condizioni igieniche non ottimali, ad esempio, l’acqua diventa terreno fertile per la moltiplicazione di microrganismi tossici per l’organismo umano. Per questo motivo, l’Organizzazione Mondiale della Sanità consiglia di bere soltanto acqua e bevande imbottigliate e sigillate, ovvero microbiologicamente e tossicologicamente pure. Allo stesso modo, l’acqua preventivamente sottoposta ai controlli di igiene e sicurezza dovrebbe essere anche utilizzata per lavare frutta e verdura locale, onde evitare intossicazioni alimentari derivanti da patogeni, additivi, pesticidi o inquinanti presenti sulla superficie degli alimenti. 

Il falso mito del “Non bere l’acqua a Londra che ti viene il tetano”.

Ora, alcuni di voi si chiederanno: “Ma se invece vado a Londra, a Parigi o a Barcellona, posso bere l’acqua dal rubinetto?”.

Dipende.

Per quanto riguarda Londra, il DWI (Drinking Water Inspectorate – Ispettorato dell’acqua potabile) incoraggia il consumo dell’acqua di rubinetto della capitale purché si badi alle seguenti considerazioni:

  1. è un’acqua che viene definita “dura”, ovvero contenente elevate concentrazioni di calcio, magnesio e altri minerali in soluzione che possono causare calcare (il quale non ha effetti negativi sulla nostra salute, ma influenza il gusto dell’acqua);
  2. è un’acqua che può lasciare un retrogusto di cloro; esso infatti viene utilizzato come disinfettante dall’industria idrica affinché si mantengano condizioni igieniche adeguate all’interno della rete pubblica di approvvigionamento;
  3. è un’acqua che, se calda, presenta alti livelli di rame (problema risolvibile dal consumo di acqua fredda);
  4. è un’acqua che presenta piombo derivante dalle vecchie tubature (problematica sempre più rara);
  5. è un’acqua che presenta alte concentrazioni di microplastiche (80% dell’acqua totale, ma sia di rubinetto che in bottiglia).

Da potabile a putrido sono “solo” 998 chilometri.

A Parigi, invece, non abbiate alcuna esitazione: l’acqua del rubinetto della ville lumière (e di tutta la Francia) è probabilmente la più buona e pulita d’Europa. L’acqua viene infatti testata in tutte le fasi della distribuzione è ha a suo favore un buon equilibrio di calcio, magnesio e altri minerali e un costo 300 volte inferiore rispetto all’acqua media in bottiglia. Il suo sapore, vagamente clorurato, può essere normalizzato dalla posa in frigo o sul bancone per 15 o 30 minuti: abbastanza per fare evaporare il cloro al suo interno. 

L’acqua del rubinetto a Barcellona, invece, è tutta un’altra cosa. Benché il General de Sanidad (l’agenzia governativa che si occupa dell’acqua in Spagna) e la Aigües de Barcelona (la compagnia idrica del centro catalano) dichiarino che sia potabile e a rispetto di tutti gli standard internazionali, tra cui quelli dell’UE e dell’OMS, i locali saranno i primi a sconsigliarvi di berla per i suoi cattivi sapore e odore. Inoltre, altri due potenziali problemi correlati alla sua non proprio ineccepibile qualità sarebbero la presenza di contaminanti locali dovuti alla corrosione delle tubature di vecchia data e l’inquinamento dato da sostanze microplastiche. 

Ma io non ho capito…

Vi sentite forse confusi, tra Bourdain, cucine esotiche e questioni di potabilità idrica? Può darsi.

La mia però è una riflessione generale su doveri e piaceri verso il nostro palato (ma anche verso il nostro portafoglio) durante un viaggio. Lungo o corto che quest’ultimo sia, rappresenterà sempre una scoperta e una novità in grado di arricchire chi lo compie e lo vive sulla propria pelle. Il mio è un invito a divenire consapevoli della bellezza delle tradizioni culinarie e della varietà di alimenti salutari in ogni luogo del mondo, riflettendo contemporaneamente anche su questioni di igiene che, se sorvolate, potrebbero causare fastidi alla salute.

Mi piacerebbe, in un certo senso, che i lettori di Orto in Tasca viaggiassero con la pancia più di Bourdain, la testa più di una mamma che ti chiede se ti sei lavato le mani prima di mangiare e il portafoglio più di sé stessi, imparando a conoscere il cibo nel loro piatto quasi fosse una fiaba di folklore, e prendendo decisioni informate su come mangiare più sano e più equilibrato anche lontano da casa. Il mio augurio per queste vacanze, dunque, è soltanto uno: non fermatevi alle apparenze, ma sperimentate, gustate e apprendete senza pregiudizi. Datevi un budget che ogni tanto supererete; ordinate un piatto dal nome impronunciabile che forse poi nemmeno finirete; andate al mercato e acquistate qualcosa di tipico che poi sgranocchierete: sarà un’esperienza unica ed indimenticabile.

Follow me

Alessia Sofia Giorgiutti

23 anni, viaggiatrice instancabile laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche, ha acquisito la sua esperienza negli ambiti della comunicazione e della produzione creativa direttamente su campo, tra Italia, Finlandia, Regno Unito e U.S.A. Ad oggi si occupa di elaborazione e traduzione di contenuti scritti per imprese italiane e lavora come consulente social media per le campagne socio-politiche EU Neighbours East e #EU4Energy della Commissione Europea per conto della compagnia di ricerca e consulenza economica Ecorys.

Per contatti: alessia.s.giorgiutti@outlook.com
Avatar
Follow me

Latest posts by Alessia Sofia Giorgiutti (see all)

Chiudi il menu